Storia di un Masai a Zanzibar

Storia di un Masai a Zanzibar

Sono appena arrivata a Jambiani, una spiaggia enorme, grande, con sabbia bianca e fine come farina. Un incanto. Il mare ci acceca con i suoi mille colori nonostante arriviamo nel primo pomeriggio e incontriamo per la prima volta il mare di Zanzibar con la bassa marea. Per noi, appena scesi dal pulmino, accaldati e stanchi dal viaggio è un’emozione unica. I bimbi si tolgono in fretta e furia pantaloni e maglietta e iniziano a correre per la spiaggia. Io in automatico faccio una cosa che amo fare appena arrivo davanti al mare. Vado a toccare l’acqua. Immergo i piedi e cerco con lo sguardo di appagare il mio senso di curiosità che mi spinge a non sentire la stanchezza, a ringraziare di essere lì, davanti a tutta quella bellezza, con la mia famiglia, con i miei bimbi che corrono allegri e in mutande in una spiaggia ancora mezza deserta. Ricordo di essermi commossa da tutta quella bellezza.

Tante ore di volo e poi trovarmi in paradiso, questo ho pensato.

Con lo sguardo cerco di catturare più dettagli possibili di questo posto che già amo, quando in lontananza vedo un gruppetto di persone che giocano a calcio vicino al pontile, sono vestiti di rosso e sono alti alti. Sbircio meglio e vedo per la prima volta un gruppo di ragazzi Masai intenti a tirare due calci ad un pallone.

All’improvviso mi tornano in mente tutti quei pomeriggi a guardare Licia Colò con il suo “Alle falde del Kilimangiaro”. Quanto mi ha fatto sognare quella trasmissione? e quanto mi ha mostrato? Quante volte han parlato dei Masai, guerrieri seminomadi che vivono tra Kenia e Tanzania. Questa cultura affascinante di gruppi di pastori, che seguono il gregge e vivono nella savana. Sono vestiti con colori sgargianti e non possono che non spiccare in questa spiaggia paradisiaca dove i colori predominanti sono il bianco della sabbia e il turchese del mare. Li si riconosce dalla loro tipica tunica rosso fuoco, lo shuka. Tutti vestiti uguali e indossano una cintura dove appoggiano un pugnale e un bastone di legno con una forma tonda in punta. Macinano km sotto il sole come nulla fosse e camminano con il loro fedele bastone, che, mi verrà spiegato, serve loro per guidare il gregge.

I Masai però a Zanzibar sono in cerca di turisti a cui vendere qualche souvenir.

Curiosa come sono, dentro di me spero di poter fare qualche chiacchiera con loro e magari scoprire un pò di più.

Parlottano tutti un pò di italiano, sono tutti molto gentili ma ovviamente ogni occasione è buona per volerci far vedere quella che chiamano la loro bancarella. Uno stuolo rosso acceso sulla quale espongono con una velocità imbarazzante i loro monili. Braccialetti, cavigliere e orecchini di perline, oggetti in legno, collane e spezie. Tra un acquisto e l’altro si chiacchiera e ci si racconta e così conosciamo Paolino, Peppino di Capri e Andrea piccolo. Ovviamente questi non sono i loro nomi, ma dei nomi d’arte con i quali si fanno conoscere e ricordare dai turisti italiani.

La bancarella Masai

Andrea, come i suoi amici, è un chiacchierone, vedo che gli piace raccontarsi e così passiamo qualche pomeriggio di confidenze. Mi colpisce per le domande semplici che fa. Hai ancora i tuoi genitori? sei fortunata. Io no, mamma è morta perchè l’ha morsa un serpente nella foresta. E mi racconta di quando anni fa non avevamo modo di chiamare i soccorsi perchè non avevano ancora i telefoni e purtroppo così andò. E’ molto curioso e mi chiede che lavoro faccio. Lavoro in Fiat, un’azienda che vende auto sottolineo vedendo la sua faccia stranita. Non la conosco mi risponde.

Kanju, il suo vero nome, passa la stagione qui a Jambiani, ed è arrivato da poche settimane, gli altri anni lavorava a Nungwi, c’era più turismo ma erano anche in tanti mi dice, per cui ha cambiato spiaggia. Ha lavorato anche come sicurezza davanti ai resort ma, dice, è più bello lavorare in spiaggia, conosco tanta gente, parlo e imparo l’italiano. Io invece lo guardo e penso a questi ragazzi che hanno mollato tutto il loro mondo per vagare in spiaggia e spesso per essere esibizione per turisti.

I Masai hanno una cultura che basa tutto sui rapporti familiari e sulla vita comunitaria, scandita da regole non scritte che si tramandano di generazione in generazione. Sono un popolo di pastori nomadi che con il tempo, a causa della siccità e dell’arrivo dei colonizzatori, è diventato più stanziale dedicandosi anche all’agricoltura. Allevare le mucche e il bestiame è la loro principale attività e mi stupisco però quando mi dicono che non mangiano pesce.  Kanju mi spiega che loro mangiano tutto quello che deriva dalla pastorizia, carne, formaggi e ciò che seminano nella loro terra, mais (con il quale fanno la polenta), fagioli e altro. Il pesce non è contemplato, ne parlano quasi “schifati” chiedendosi come possiamo mangiarlo.

Masai sulla spiaggia a Zanzibar
Masai sulla spiaggia a Zanzibar

Kanju ha pochi sogni e concreti. Sta lavorando per mandare a casa un pò di soldi, suo papà è anziano e non può più lavorare. Mi dice “noi non abbiamo come voi la pensione, e quindi io devo mantenere mio papà”. Prima o poi si vuole sposare, ma dovrà pagare la dote della sua futura moglie con ben 15 mucche. Ne approfitto e chiedo curiosa come funziona il loro rito del matrimonio e lui mi racconta di una benedizione del capo del villaggio che un pò mi fa sorridere. Chiedo se però la sposa la sceglie lui e lì sorride lui e mi dice “certo, ci dobbiamo innamorare!“.

Kanju parla molto bene italiano ma non è mai stato a scuola. L’ha imparato in spiaggia. Non è andato a scuola perchè doveva pascolare le mucche, chi l’avrebbe fatto altrimenti?

Kanju parla e racconta in maniera del tutto naturale di casa sua immersa nella savana, di leoni, serpenti. Io mi sento all’interno di un documentario, uno dei tanti guardati in tv e invece è proprio tutto vero. Quando arriva il nostro ultimo giorno prendo qualche braccialetto da lui e lo saluto, gli racconto che andremo al Nord, che ho portato alcuni vestiti per i bimbi e li regaleremo. Mi chiede in punta dei piedi se ho qualcosa anche per lui, sua sorella ha dei bimbi piccoli e vorrebbe darglieli.

Non ci penso due volte, gli do appuntamento al mattino seguente e poco prima di partire ci salutiamo. Ho preparato per lui una busta con alcuni vestiti, un paio di saldali e delle tute, visto che mi ha spiegato che da lui non fa sempre caldo.

Mi racconta ancora dei tanti sacrifici che fa ogni giorno, e chiacchierone come me, mi tiene ancora un pò a parlare, stavolta vuol sapere come facciamo noi donne quando rimaniamo incinta con il lavoro. “come funziona?” lavori sempre? e poi, come fai a dare il latte al bimbo se sei a lavoro?

Quello con Kanju, il mio amico Masai è stato uno degli incontri più belli durante il mio viaggio a Zanzibar. Un ricordo che custodisco gelosamente, come le foto che mi ha mandato dei loro balli e costumi una volta che sono tornata in Italia. Questo è quello che amo durante i miei viaggi. Conoscere, nutrire la mia curiosità e parlare tanto con la popolazione. Zanzibar in questo mi ha davvero accontentata.

E chissà, se mai tornerò a Zanzibar e se troverò ancora tra le spiagge di Jambiani girovagare Kanju con la sua bancarella piena di braccialetti colorati. Ci siamo salutati augurandoci buona fortuna, un saluto semplice ma che davvero racchiude molti significati.

 

 

 

 

 

Photo credit: safae_elhakym instagram

 

 

7 risposte a “Storia di un Masai a Zanzibar”

  1. Un’esperienza indimenticabile :Zanzibar.
    Vissuta a pieni polmoni. Bravi,avete fatto un regalo bellissimo ai vostri figli.

    1. Piedini in Viaggio dice: Rispondi

      Grazie! Il regalo me lo son fatto anch’io… son tornata con il mal d’Africa!!

  2. Che bella storia. E’ davvero speciale entrare a contatto con gli abitanti di un luogo e scoprire di più sulla loro vita e la loro cultura.

  3. Incredibile, dalle domande che fanno i bambini emerge il divario culturale e di esperienze. I nostri non si sognerebbero mai di chiedere se la mamma e il papà li hanno ancora. Che tenerezza infinita

    1. Piedini in Viaggio dice: Rispondi

      Non me l ha chiesto un bimbo.. ma proprio questo ragazzo con cui ho fatto amicizia.

  4. Ste gia te l´ho detto in privato, questo post é molto toccante. Non credo che tu debba essere triste per il fatto che hai visto questi ragazzi vagare in spiaggia per pochi soldi. Sono persone che alla fine vivono nella natura e questo aiuta moltissimo ad essere felici. Per il resto seorganizzi una tantum una colletta per mandare loro qualcosina io ci sono!

  5. Come ti capisco … io sono stata a Kiwengwa due settimane fa e ho vissuto la tua stessa esperienza con i masai in spiaggia. Tutti i giorni penso a loro adesso e mi mancano tanto . 😭💙Zanzibar nel cuore !

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